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27 ago 2018

Il grande inverno di Kristin Hannah - [recensione in anteprima]

Tutti credono di conoscere il significato della parola selvaggio. La usano da tutta la vita. Per descrivere un animale, i capelli di qualcuno, un bambino indisciplinato. Tuttavia è soltanto in Alaska che si comprende il suo vero significato.”

Ho voluto aprire questa mia recensione con un passo estratto dal romanzo per dare già un’idea di che cosa parli. Eppure semplicemente così non si può far capire la bellezza e la complessità del libro. Bisogna immergersi in questa storia, lasciando sullo sfondo la propria quotidianità. La vicenda racconta di una famiglia americana: gli Allbright, ma potrebbe essere davvero una famiglia qualunque del 1974. Gli Allbright sono composti da un nucleo di 3 persone: Ernt, meccanico, partito alla volta della guerra del Vietnam e tornato radicalmente cambiato, Cora giovane infermiera e madre amorevole e Leni, figlia quattordicenne con l’hobby della lettura.



Il Vietnam ha mutato per sempre il carattere di Ernt ma ha anche portato sconvolgimenti nella stessa famiglia. Il bisogno impellente di cambiare e lasciare indietro l’America con la sua commercializzazione porta tutti loro a spostarsi verso l’Alaska, terra selvaggia e ancora priva dei concetti di modernità. Una volta giunti in questa terra senza luce e acqua, la volontà di rinascita serpeggia prepotente fra di loro. Ma come avverte Large Marge, una delle “nuove vicine”, bisogna stare attenti al sopraggiungere dell’inverno.
L’inverno in Alaska è insidioso, pieno di pericoli, mutabile e mutevole, capace di afferrarti nella sua stretta ghiacciata e lasciarti riemergere solo a primavera inoltrata. Ma il vero terrore è quello intimo, famigliare, quello che cova dentro la testa di Ernt che con il sopraggiungere della prima neve sibila ed esce fuori, tramutandosi in violenza psicologica e fisica all’interno delle 4 mura domestiche.

La verità era questa: L’inverno era soltanto all’inizio. Il freddo e il buio sarebbero durati per molto tempo, loro erano sole, intrappolate in quella casa con papà. Senza la possibilità di chiamare il 911 o qualcuno a cui chiedere aiuto. Per tutto quel tempo papà aveva insegnato a Leni quanto il mondo esterno fosse pericoloso. In realtà, il pericolo più grande di tutti si annidava proprio fra le pareti di casa sua”

Ma questa non è la storia di Ernt, non è lui il protagonista centrale e principale. Non ha bisogni di spettatori e men che meno di seguaci. Questa è la storia di Cora e di Leni, questa è la storia di una mamma e di una figlia che si amano a dismisura. È la storia che potrebbe essere quella di qualsiasi famiglia vittima di abusi. Amano il capostipite così tanto da perdonarli ogni volta qualsiasi cosa. Ma ricordiamolo questa non è semplicemente una storia di violenza. Ma è la storia di un amore, quello tra Leni e Matthew, che come due moderni Romeo è Giulietta si nascondono dalle ire del padre di lei e a causa della faida con il padre di lui. È la storia della comunità dell'Alaska, che è pronta a battersi e combattere per queste due giovani donne, a sfidare la legge le intemperie. È la storia di questa terra bellissima e incontaminata, dove il buio dura 18 ore, e il cielo è sempre di un blu tendente al viola.
Riuscire a raccontare le emozioni suscitate dal romanzo è molto difficile. Sono riuscita ad entrare in questo mondo e innamorarmi di questi luoghi. L’aurora boreale, la pesca dei salmoni, i pericoli dovuti agli orsi, sono talmente realistici da sopraffarti. Dare un nome o etichettare questo libro è difficile. Potremmo parlare di romanzo famigliare, ma poi verrebbero tralasciato cose ancora più importanti. E allora vorrei chiamarlo piccolo capolavoro. Questa scrittrice è riuscita ad aprire una voragine nel mio corpo, a introdursi velocemente e a rimanere annidata a me nel modo più poetico possibile.
Consiglio davvero a tutti di leggerlo, non pensando che il libro è davvero lungo. Perché solo così potrete fare un viaggio nelle vostre emozioni e vivere un’avventura senza tempo.
GIOVANNA 

 

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